La storia

L’Archivio di Stato di Caserta “nasce”, con l’attuale denominazione e con uno status di ritrovata autonomia istituzionale, per effetto del D.P.R. 30 settembre 1963 che riordina tutta la normativa italiana in materia di Archivi. Tardivamente riacquistava, in tal modo, la propria individualità un Istituto funzionante, come “Archivio Provinciale di Terra di Lavoro”, fin dal 1818, e che in epoca fascista, con la temporanea soppressione della provincia, era stato declassato a “sezione” dell’Archivio di Stato di Napoli, restando tale anche quando la provincia venne ricostituita nel 1945.

Là dove le leggi degli altri Stati preunitari prescrivevano l’istituzione di un unico grande Archivio ubicato nella Capitale, destinato ad accogliere tutti i documenti d’interesse storico prodotti dall’amministrazione statale, la legislazione delle Due Sicilie, facendo proprie le leggi dell’epoca francese (decr. 22 ottobre 1812), era stata l’unica anteriormente all’Unità a prevedere l’esistenza di un Archivio generale in ogni capoluogo di provincia, in cui dovevano confluire tutte le carte prodotte da organi periferici dello Stato nell’ambito provinciale, le quali, esaurita la loro immediata utilità di pratiche correnti, fossero reputate meritevoli di conservazione per il carattere di documentazione storica acquisito o acquisibile nel tempo. Il citato decreto non ebbe immediata esecuzione a causa degli eventi bellici che portarono alla Restaurazione (in particolare, per Terra di Lavoro, un “Archiviario” era stato nominato fin dal 1814 senza però entrare nell’effettivo esercizio delle sue funzioni); recepitane poi l’istanza nell’art. 28 della legge 12 dicembre 1816, gli Archivi provinciali vengono posti in essere, operativamente, dalla legge del 12 novembre 1818 (“Legge organica degli Archivi del Regno”), che ne approva anche il Regolamento. Tali Archivi, dipendenti dalle Intendenze e posti nella loro sede o in edificio perlomeno attiguo, dovevano raccogliere “le carte [con valore storico] appartenenti alle antiche e nuove Giurisdizioni, ed a tutte le Amministrazioni comprese nel territorio della provincia”; ma di fatto, non potendosi parlare a tutto il Settecento di una vera e propria amministrazione periferica ed essendosi comunque perduta, negli eventi bellici del Decennio francese, buona parte della relativa documentazione, le carte amministrative conservate in sede decentrata partono, di solito, a datare dai primi anni dell’Ottocento (eccezion fatta per ciò che resta della documentazione prodotta dalle Corti regie e baronali e per altri casi sporadici) e il patrimonio relativo ai secoli precedenti si limita, perlopiù, ai protocolli notarili ed al materiale pergamenaceo, da essi recuperato o acquisito per altra via. Tolti questi casi, le carte conservate presso i detti Archivi provinciali si possono ripartire, quanto alla tipologia, in tre classi fondamentali: documenti relativi all’amministrazione civile, documenti relativi all’amministrazione finanziaria, documenti giudiziari. Per questi ultimi, tuttavia, nei casi in cui la sede del Tribunale fosse diversa dal capoluogo amministrativo della provincia, la legislazione francese e borbonica previde la creazione di un separato “archivio suppletorio”, che per Terra di Lavoro ebbe sede presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: solo nel 1869, con la soppressione degli Archivi suppletori, le carte giudiziarie si ricongiunsero con quelle amministrative nei rispettivi archivi provinciali. Da notare che, sebbene Caserta fosse divenuta capoluogo di Terra di Lavoro al posto di Capua fin dal 1819, la sede dell’Archivio provinciale venne traslocata da Capua a Caserta solo nel 1850.

Palazzo Antignano, CapuaDopo l’unificazione d’Italia, gli Archivi “provinciali” dell’ex regno borbonico non vennero subito inquadrati nell’organizzazione archivistica statale ma furono posti (dal 1865) alle dipendenze delle rispettive Amministrazioni provinciali: la denominazione stessa di “archivi provinciali” dovette risultare fuorviante, sebbene dovesse essere chiaro che essa circoscriveva unicamente una competenza territoriale e non aveva nulla a che vedere con la Provincia come “Ente”. Solo nel 1932 essi passarono alle dipendenze dello Stato, assumendo l’attuale denominazione; ma essendo stata soppressa nel frattempo (1927) la provincia di Terra di Lavoro, quello di Caserta divenne “Archivio di Stato” solo con la riforma del ’63, restando subordinato all’AS di Napoli ben oltre il ripristino della provincia stessa.

 Finché rimase a Capua (1818-1850) l’Archivio “Provinciale” ebbe una sede di tutto prestigio, alloggiando in un’ala del monumentale e storico Palazzo Antignano, dei Duchi di San Cipriano, da essi ceduta prima in uso, poi in fitto e più tardi a titolo definitivo all’Intendenza di Terra di Lavoro da cui l’Archivio dipendeva. Negli anni successivi all’Unità, quando già l’Archivio “Provinciale” era stato trasferito a Caserta, l’edificio venne interamente acquisito dal Comune di Capua e poi ceduto alla Provincia, che vi stabilì (1869, con inaugurazione nel 1874) la sede del Museo ProvincialeL'ingresso della sede attuale Campano che tuttora vi esiste.

Meno fortunata fu la ricerca di una sede a Caserta (da qui il ritardato trasferimento) dove non si riusciva a reperire un edificio demaniale idoneo, soprattutto per problemi di capienza. Le sedi che si susseguirono nel tempo, qualcuna anche più che decorosa sotto l’aspetto monumentale, si rivelavano ben presto insufficienti in relazione al rapido incremento del patrimonio archivistico, di modo che, anche quando auspicate come soluzione “permanente”, assumevano in breve tempo un carattere di provvisorietà. Questa precarietà si è perpetuata fin quasi ai nostri giorni. È stata ufficializzata finalmente nel 2002 la destinazione all’Archivio di unasede prestigiosa, quale è quella nell’emiciclo vanvitelliano della Reggia di Caserta, e sono già in fase avanzata i lavori di consolidamento statico e di adattamento funzionale necessari a renderla agibile; considerato che essi porranno sicuramente anche problemi di restauro “scientifico”, finalizzato al ripristino della configurazione architettonica originaria, è da prevedere, per il trasloco alla nuova sede, un tempo minimo di ancora sei o sette anni. Nell’attesa l’Archivio resta ubicato in un edificio privato, propriamente in un condominio, costituito da due fabbricati affiancati, per il quale lo Stato corrisponde al proprietario un annuo canone di affitto: l’interrato e il piano terra di entrambe le palazzine sono adibiti a deposito L'Emiciclo vanvitellianodei documenti, mentre al primo piano di una sola di esse sono situati la sala di studio, la biblioteca e gli uffici. Pur inadeguati alla dignità di un Archivio di Stato (e per di più situati in zona periferica, su un tratto dell’Appia che solo in tempi recenti può dirsi davvero integrato nel circuito urbano), questi locali hanno assolto egregiamente per trent’anni ai problemi di spazio, ma sono attualmente al limite di saturazione: per ulteriori acquisizioni occorrerà, nell’immediato futuro, pianificare accortamente le priorità, dando precedenza a quei documenti che appaiano maggiormente “a rischio” negli uffici di provenienza (anch’essi spesso alle prese con carenze logistiche e/o con sfavorevoli condizioni ambientali) e rinviando a miglior tempo tutti i versamenti che non rivestano carattere di urgenza. Intanto e nondimeno, l’utenza ha fatto registrare un incremento notevole: raffrontando i dati del triennio 1980-82 con quelli del 2000-2002 risulta che la media annua degli studiosi si è quasi quadruplicata in vent’anni (dalle cento alle quattrocento unità, cifra non trascurabile se si pensa che il “pubblico” tradizionale degli Archivi è una selezionata utenza di appassionati e specialisti), con una tendenza di crescita costante che si è ulteriormente accelerata dopo la creazione di un polo universitario a Caserta e provincia. Ciò rende indilazionabile, tra l’altro, una maggiore presenza e “visibilità” del nostro Istituto, mediante iniziative di valorizzazione del patrimonio documentale che sono in linea anche con le recenti innovazioni legislative, per le quali si è fatto fin qui l’umanamente possibile, ma che troppo spesso, negli anni passati, sono state penalizzate dall’inadeguatezza della sede oltre che da sempre più evidenti carenze di organico.

I documenti conservati nell’AS di Caserta abbracciano formalmente un arco di tempo che va dalla seconda metà del Quattrocento fino agli anni Settanta del secolo trascorso. Occorre tuttavia ribadire che, dato il centralismo amministrativo dell’ancient regime, quasi tutta la documentazione significativa concernente l’amministrazione, le finanze, la giustizia nel Regno meridionale fino al secolo XVIII andrà ricercata presso l’Archivio di Stato di Napoli. A Caserta, ciò che di importante possediamo per i secoli anteriori all’Ottocento è uno sterminato e prezioso fondo notarile (oltre 37.000 volumi, che coprono un arco di tempo di quattro secoli e mezzo); ma una raccolta organica di documenti amministrativi, finanziari e giudiziari relativa all’intera provincia si conserva solo per i secoli XIX e XX, quando gli Intendenti prima, per effetto delle riforme amministrative francesi, e più tardi i Prefetti, si insediarono in ciascun capoluogo di provincia con tutto un apparato burocratico come rappresentanti del potere centrale.

Beninteso, il 1465 (l’anno del più antico protocollo notarile conservato) è “ufficialmente” il termine di decorrenza del nostro patrimonio archivistico, o per dir meglio è l’anno a partire dal quale possiamo parlare di vere e proprie serie archivistiche, definite in base a una precisa connotazione di origine; ma singoli documenti potrebbero essere di data anche parecchio anteriore. Prescindendo da qualche autentico cimelio (contratto di compravendita di un terreno in Aversa dell’anno 1143, di cui l’Archivio è entrato in possesso per acquisto da privati), l’esempio tipico è rappresentato dal foglio pergamenaceo ripiegato in due, che i notai spesso adoperavano per rilegare i loro protocolli. Si sa che queste pergamene erano “riciclate” (provenivano di solito da Monasteri, che le mettevano in vendita allorché disponevano di una copia migliore - quasi sempre oggi perduta - dello stesso atto o dello stesso testo), ed è quindi ovvio che contengano nella faccia interna uno scritto di epoca precedente. Questi testi, recuperati dai protocolli notarili via via che essi venivano sottoposti a restauro, sono a tutt’oggi poco meno di cinquecento ed è certo che altri ne verranno reperiti in futuro: da poco se ne è intrapresa la trascrizione e lo studio, e non è improbabile che una parte di essi risulti antecedente alla metà del secolo XV. Interesse tutto particolare, anche se per ora in numero esiguo, hanno alcune di queste pergamene, contenenti canti liturgici (testo e notazione musicale), che una volta restaurate potranno rivelarsi preziose per gli studiosi della musica prerinascimentale.

Occorre poi rendere conto di una lacuna nella documentazione amministrativa recente. Come già detto, la provincia di Terra di Lavoro venne soppressa a decorrere dal 1927 e ripristinata (con estensione territoriale pressoché dimezzata) nel 1945, cosicché Caserta stessa appartenne alla provincia di Napoli per quasi tutto il ventennio fascista. Sotto l’aspetto archivistico ciò si traduce in un vuoto di quasi vent’anni nelle carte amministrative della Prefettura (e quindi anche degli svariati uffici che sottostavano al suo controllo), perché l’amministrazione della nostra attuale provincia fece capo, in quel lasso di tempo, alla Prefettura di Napoli, che in base al principio di unità e inscindibilità di un fondo archivistico (cioè della produzione documentale di un ufficio) dovrà poi versarne la documentazione “in blocco” all’Archivio di Stato napoletano. – È già ovvio che gli studi condotti presso il locale Archivio di Stato non sempre esauriscano l’argomento di una ricerca, dovendo spesso essere integrati con l’esame di documenti prodotti da Amministrazioni centrali (ossia con sessioni di studio presso l’Archivio di Stato di Napoli per l’epoca pre­unitaria, e presso l’Archivio Centrale dello Stato per l’epoca successiva); a questa considerazione, che è di carattere generale, si aggiunge per la nostra provincia il fatto contingente di trovare documentato il ventennio fascista quasi esclusivamente presso l’ASN (archivi di Prefettura e di altri organi periferici) e l’ACS (archivi dei Ministeri e di altri organi amministrativi centrali).
Provincia di Terra di Lavoro a. 1859
Palazzo Antignano, Capua
Provincia di Terra di Lavoro a. 1859
Per converso, la documentazione della provincia antica interessa un territorio assai più ampio della sua attuale circoscrizione, dato che essa subì nel corso dei secoli frequenti e rilevantissime variazioni territoriali, che ne ridussero progressivamente i confini a partire da un’estensione iniziale vastissima. Località che oggi appartengono alle province di Latina (qualche esempio: Gaeta, Formia, Fondi), di Frosinone (Sora, Cassino, Arpino ecc.) e di Napoli (Nola con tutto il suo circondario) fecero parte di Terra di Lavoro fino all’anno della sua soppressione; analogo discorso, limitatamente all’epoca preunitaria, vale per località delle attuali province di Benevento, Avellino ed Isernia (ad esempio Venafro). Tutte queste zone rientravano quindi amministrativamente nella giurisdizione dell’Intendenza e poi Prefettura di Caserta, e giudiziariamente (almeno in parte) in quella del Tribunale di S. Maria Capua Vetere; e pertanto, per l’accennato principio di inscindibilità, la documentazione amministrativa che le riguarda resta e resterà conservata a Caserta, con la conseguenza archivistica paradossale che oltre metà del territorio, per il quale il nostro Archivio conserva una documentazione cospicua, non appartiene alla attuale provincia casertana.